bitcoin dieci anni

Innovation Intelligence: Analisi e Considerazioni Sui Primi Dieci Anni di BitCoin & CO.

Sono passati più di dieci anni dalla pubblicazione del paper di Satoshi Nakamoto da cui ha prese il via l’epopea dei bitcoin e della cryptoeconomy. Quindi sembra utile procedere con un’analisi di massima, in contesto di innovation intelligence, con riguardo ciò che è stato e qualche considerazione su ciò che sarà. Tutte le affermazioni storiche e di natura quantitativa hanno fonti reperibili facilmente in rete, anche su questo blog, per cui si è evitato di infarcire il post con inutili link.

Utopia

Le utopie di un sistema monetario e finanziario alternativo a quello esistente esistevano prima di Nakamoto. Parimenti le ipotesi di basare tali alternative sul digitale si sono fatte strada, dagli anni ’70 del ‘900, col progredire della tecnologia. La linea guida è sempre stata la distribuzione diffusa del controllo, in maniera tale disintermediare le politiche economiche basate sulla centralizzazione ed annullare il vantaggio, monopolista ed in capo ad alcuni attori, dell’essere parte dell’élite degli intermediari. Nakamoto fornisce un formidabile impulso tecnologico a tale utopia la quale però, alla resa dei conti dei dieci anni, è rimasta tale. Dal lato monetario le cryptocurrency non si sono imposte come moneta di scambio, essendosi rivelate di base deficitarie in alcuni parametri definitori della moneta stessa. Dal lato tecnico la blockchain è dovuta essere rivista più volte, in funzione del rischio di prevaricazione insito nel protocollo. Dal lato sociale e politico, e forse a causa dei primi due motivi, essa non ha avuto la forza di imporsi: troppe volte ha dato il fianco, per motivi intrinseci, a critiche di fattibilità da parte proprio di coloro che dovevano scomparire per sua causa; d’altro lato la trasparenza transattiva da essa resa disponibile mal si coniuga con la necessità del perpetuarsi dei diversi regimi e delle loro caste.

Nel valutare ciò bisogna avere presente esclusivamente le blockchain pubbliche e miste: per quest’ultime solo quelle dove le limitazioni di accesso alle informazioni da parte dei nodi sono regolate da smart contract condivisi a priori dai nodi stessi. Tutto il resto, in ottica utopica del controllo perfettamente decentralizzato, è fuffa, nel senso che distribuzioni controllate nell’accesso al network e/o alle informazioni basate su blockchain sono solo applicazioni alternative all’esistente.

Quindi fallimento del realizzarsi dell’utopia? Si, e per ora non si vedono all’orizzonte forze in grado di invertire il processo.

Mercato

Una distinzione è venuta a crearsi nel corso del tempo mano a mano che l’innovazione blockchain procedeva nel percorso, lungi dal concludersi, di maturazione. Da un lato i mercati strettamente monetari, in cui vengono scambiate le cryptocurrency, e dall’altro quelli industriali (includendo nel termine anche i servizi), in cui blockchain è un protocollo funzionale a diversi settori tra cui anche quello finanziario.

In ottica monetaria l’unica prerogativa per ora rilevante delle cryptocurrency è quella speculativa: hanno solo la funzione di riserva di valore (80% delle transazioni). In termini di volumi scambiati e numero di transazioni esse hanno subito un’impennata pressoché costante fino al dicembre 2017 per poi cedere (in generale per ambedue i fattori ma con qualche differenza) nel 2018/19 in seguito al crollo dei cambi contro USD. Il mercato tuttavia non è per niente morto e, dopo aver visto l’abisso, si è assestato in una nicchia che evidentemente era quella che realmente gli competeva. Il problema è che in termini assoluti, anche tenendo conto dei massimi del dicembre del 2017, esso era già una nicchia rispetto al resto del mondo (dei prodotti finanziari) per cui, anche in ottica speculativa, la sua importanza è, e rimane, per ora assolutamente marginale.

Diverso il discorso industriale. Qui gli investimenti multisettoriali hanno risentito della botta del 2018 (del versante monetario) ma stanno riportandosi a livelli 2016 e primi mesi del 2017. Non bisogna dimenticarsi che due/tre anni fa blockchain fu il macro-settore che raccolse la maggior parte di denaro destinato all’innovazione (tra start-up, implementazioni, acquisizioni finalizzate e quant’altro). Complice l’evoluzione dei processi di intelligenza artificiale e degli smart-contract, elementi evolutivi simbiotici della blockchain, le soluzioni dedicate continuano ad essere apprezzate ed approcciate da chi deve investire denaro in sviluppo interno ed esterno. Esempio lampante il fintech la cui attuale evoluzione difficilmente sarebbe stata possibile senza il protocollo Nakamoto. Quindi sotto questo punto di vista sono stati dieci anni densi di opportunità e crescita di cui, per ora, si può ipotizzare un ulteriore miglioramento.

Attori

Dal lato tecnico la caratteristica principale della mancanza di centralizzazione ha prodotto tutti i peggiori effetti possibili. Comunità anarcoidi di coder, per lo più contrapposte, hanno dato vita a fork, ramificazioni, repliche, copie carbone e quant’altro utili solamente a creare confusione verso la teorica massa adottante. Il movimento non è stato capace di esprimere una linea di pensiero leader quale, ad esempio, quella che ha portato negli scorsi anni ’90 l’imporsi della rete. Esistono eccezioni, una per tutte Vitalik Buterin di Etherum, ma nessuna è stata in grado di assumere il ruolo di mentore del movimento che, esaurita la spinta iniziale e mediatica, si ritrova priva di una ‘killer app’ significativa. La componente ‘disruption’ dell’innovazione ha fatto breccia solo dal lato della funzionalità ‘industriale’ indotta, mancando completamente l’obiettivo socio-economico.

Dal lato monetario la situazione si è rivelata ancora peggiore. L’utopia, fallendo completamente sotto questo aspetto, ha consegnato il mercato agli intermediari, e cioè agli exchanger. Per la legge del contrappasso coloro che dovevano essere eliminati sono diventati i protagonisti. In questo caso si è assistito al proliferare, anche ai massimi livelli in considerazione dell’intermediato, di figure che hanno cavalcato l’onda con strutture aziendali improvvisate: nel migliore dei casi sono state soggetti di furti, nel peggiore esse stesse sono state (e continuano ad essere) protagoniste di truffe e di manipolazioni di mercato. Questo ha fatto ulteriormente allontanare la potenziale massa dall’utilizzo dello strumento a fini monetari, anche limitatamente alla sola speculazione. I modelli di business quindi si sono evoluti verso attori operanti in giurisdizioni che tutelano quanto più possibile il cliente in nome della centralizzazione normativa (se applicabile), e non in quelli della decentralizzazione perfetta insita teoricamente nel protocollo. Quindi operatori di natura finanziaria tali e quali ai propri simili operanti negli altri mercati.

Lo sviluppo funzionale ha invece fatto la parte del leone. Illuminati nei diversi settori hanno capito quasi fin da subito l’efficacia e sopratutto l’efficienza della blockchain: essi da una parte hanno sviluppato prodotti utili e, dall’altra, investito in essa. Big-one quali Microsoft e IBM sono stati, lato piattaforma, esempi lampanti di protagonisti in ciò. Miriadi di settori ne hanno tratto giovamento in nicchie in cui i costi di disintermediazione della centralizzazione sono sensibili. Fintech, assicurazioni, legaltech, trasporti, no-profit, sanità hanno escogitato ed adottato soluzioni di natura mista e privata in cui fondi ed altre tipologie di investitori hanno copiosamente investito e continuano a farlo.

Illeciti

Nel considerare gli illeciti bisogna focalizzarsi su tre fattispecie. Le prime due  appartengono all’universo delle criptocurrency, quindi alla tipologia pubblica e monetaria del protocollo. La prima area è composta dalle truffe e da transazioni regolari derivanti da comportamenti illeciti di altra natura (ricatti, terrorismo, sostanze e mercati proibiti). Esse si sono verificate ma i dati indicano chiaramente come i volumi di denaro ad essi riconducibili sono risibili, se confrontati con le altre metodologie transattive attraverso cui truffe e pagamenti di origine illecita vengono poste in essere. La terza fattispecie riguarda i token, in special modo la funzionalità ICO nel fintech: anche qui nel complesso niente in confronto al resto delle fattispecie punibili nel contesto finanziario globale. L’illecito legato alla cryptoeconomy nel suo decennale si è rivelato pertanto irrilevante in ottica statistica e, considerando le dinamiche di domanda ed offerta di cryptocurrency non poteva essere diversamente. Questo però non significa che strumenti atti al perseguimento ed all’investigazione della marginalità debbano essere tralasciati perché, come la casistica insegna, essi sono sempre utili all’individuazione delle reti criminali di riferimento.    

Élite      

Essendo il primo campo di impatto dell’innovazione blockchain quello monetario e finanziario le élite di questo settore hanno reagito in maniera estremamente accorta alla preservazione. Esse hanno raccolto la potenziale sfida nell’ambito funzionale innescando la fenomenologia fintech che sta conducendo alla disintermediazione della catena di valore in maniera però né distribuita né decentrata. Questa reazione si è verificata prima, maggiormente, con qualità più elevate e diffusamente nei paesi più votati all’innovazione e si sta osservando anche nel comparto assicurativo. Il movimento crypto in questa evoluzione ci ha messo di suo, nel senso che la tipologia di genesi prima vista ha fatto sì che mai esso sia stato preso in considerazione come una seria minaccia allo status quo.

I media hanno cavalcato la tigre del sensazionalismo (illeciti, andamento delle quotazioni) rendendosi conto in pochi casi quale fosse l’entità reale, nel bene e nel male, del fenomeno. Gli avveduti si riconoscono, in linea di massima, dalla particolarità di aver smesso di andare avanti a colpi di scoop estemporanei ed aver inaugurato delle sezioni dedicate ala cryptoeconomy.

L’industria si è comportata in termini di efficienza, facendo proprio il protocollo nei casi in cui l’analisi costi/benefici ne suggeriva l’opportunità.

L’accademia economica e del diritto e le élite votate alla regolamentazione, generalizzando nella tempistica, hanno fatto fatica a capire di cosa si parlasse per molti anni, per lo più ignorando per sufficienza. Quando hanno pensato di averlo capito hanno tentato di ricondurre il tutto all’esistente, dimostrando di aver capito ben poco. Lentamente, e solo in alcune parti del mondo, esponenti di entrambi i versanti stanno cercando di collocare la fenomenologia nella prospettiva che un’innovazione con carattere di disruption (ma senza la disruption in questo caso) necessità, e cioè out-of-the-box.

Infine il pubblico e la politica. Blockchain pubblica ha nel concetto di fiducia nella trasparenza e nell’immutabilità dell’informazione trasmessa il suo fondante di innovazione radicale. Ciò si verifica quando la fiducia è equi distribuita tra tutti i nodi attraverso un algoritmo, e non imposta ai medesimi nei confronti di un’entità centrale che si autoreferenzia destinataria della fiducia stessa dogmaticamente, per il fatto stesso di essere stata posta nelle condizioni di esistere. Ne deriva quindi che il protocollo nella sua forma pura sia uno strumento formidabile di democrazia se applicato al pubblico. Va da sé anche che qualsiasi regime per il suo perpetuarsi debba avere il controllo della trasparenza e della manipolazione delle proprie informazioni: se lasciate a terzi tali caratteristiche non ne permettono la sopravvivenza. La risultante dei dieci anni è che le applicazioni perfettamente pubbliche sono pari a zero: anche nei paesi, come l’Estonia molto avanzata sotto questo aspetto, in cui blockchain è protocollo digitale fondante della comunicazione pubblica l’algoritmo è sempre applicato in maniera non perfetta (dal lato decentralizzazione dell’informazione). Per la sua essenza non si predicono cambiamenti in tale ottica.

Quindi

A meno di cigni neri, in termini tecnologici e di cervelli pensanti, che ad oggi non né si percepiscono né tantomeno si intravedono si pensa che per i prossimi cinque anni la questione non muterà di molto. Nicchie monetarie e finanziarie di carattere strumentale si affiancheranno all’esistente, uniformandosi ad esso in termini normativi. Nel contesto industriale i settori in cui trasparenza e/o affidabilità e/o sicurezza dell’informazione transata fanno rima con [abbattimento dei costi della] disintermediazione trarranno vantaggi competitivi dall’utilizzo del protocollo e svilupperanno investimenti e applicazioni. Se tra questi il comparto pubblico sarà tra i protagonisti il dubbio è estremamente alto. D’altro canto innovazioni parimenti distruttive, esempio internet e la telefonia mobile, hanno impiegato più di dieci anni a produrre effetti socio-economici radicali anche se, oggettivamente, le odierne tecnologie inerenti tempi e metodologie, per propagazione e diffusione, siano non paragonabili a quelle esistenti al tempo degli esempi.

p.s.

Italia

Dispiace dirlo ma l’Italia, nel bene e nel male, ha avuto un ruolo assolutamente meno che marginale in tutta la cripto-epopea. Il movimento inesistente, l’accademia e la regolamentazione idem, gli investitori assenti, i media al traino, il settore pubblico (tuttora, nonostante i proclami) neanche a parlarne. Si salvano alcune micro-nicchie funzionali o derivate, di natura informativa, industriale e dei servizi, dove eccellenze isolate si sono evidenziate.

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