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Intelligence Aziendale: Spionaggio, Cina ed Italia

Nel 1990 (28 anni fa, per fare mente locale) l’MI5, il controspionaggio inglese, stampò e diffuse attraverso le diverse associazioni industriali del Regno Unito una brochure di 4 pagine intitolata ‘Security Advice for Visitors in China’. In essa alcuni utili consigli di intelligence aziendale per i businessman inglesi che si recavano nel paese per affari.

Con riguardo la metodologia di spionaggio economica cinese ce ne siamo già occupati altre volte e ancora di più ce ne occuperemo in futuro con suggerimenti pratici: nel nostro paese oltre i proclami di circostanza nessuno lo fa e così pensiamo di fare cosa utile, almeno ai pochi che leggono questo blog. È interessante invece sondare come la questione è affrontata in altri luoghi.

Negli USA pochi giorni fa, il 1 novembre, il DOJ ha inizializzato un task force di alto livello mirata all’investigazione ed al perseguimento delle pratiche sleali cinesi. Essa prende spunto dalla constatazione che, nei fatti, i cinesi in tema di spionaggio industriale negli USA hanno fatto quello che hanno voluto indisturbati negli ultimi 5 anni e nonostante dichiarazioni sino-governative contrarie. L’intento del DOJ non si limita al solo contesto commerciale ma è esplicitamente esteso anche all’analisi degli investimenti e delle licenze nelle infrastrutture (special modo quelle sensibili) ed all’investigazione sugli attori potenzialmente in grado di influenzare l’opinione pubblica.

Nel febbraio di quest’anno la Sicurezza Nazionale della Federazione Svizzera ha pubblicato sul proprio sito un breve vademecum, indirizzato al mondo produttivo, su come fronteggiare lo spionaggio economico. Il vademecum è parte del programma ‘Prophylax’ che dal 2016 è di supporto agli imprenditori, metodologicamente ed in quanto riferimenti di necessità.

In Francia il supporto governativo di intelligence economica a tutte le tipologie imprenditoriali è stato fatto diventare negli ultimi 5 anni addirittura territoriale.

E in Italia? Nel giugno 2014 chi scrive ottenne udienza (all’italiana, attraverso amici, degli amici, degli amici) dall’allora Presidente del COPASIR per illustrare le problematiche che nel merito interessavano le PMI italiane. Con nessuna velleità di carattere personale ma col solo intento, in quanto cultore ed operatore della materia, di evidenziare la necessità di porre mano alle criticità in essere, il risultato dell’incontro, a cui furono presenti anche alcuni sacerdoti di settore dell’entourage di commissione, fu:

  • di cosa parla questo?
  • sorrisi e sogghigni di circostanza;
  • ‘l’imprenditore si deve arrangiare da solo perché questo non è compito istituzionale’(!).

Il commento è superfluo. Si tentò allora approccio diretto con una giovane risorsa, sempre del COPASIR, attuale sottosegretario molto attivo (in ambito di presenza social) in un settore connesso, di altra e nuova forza politica: per la serie ‘le mie porte sono sempre aperte’ si fu rimbalzati due volte.

Quanto sopra non a titolo di inutile picca (non c’è motivo di rivalsa alcuno e le poche speranze vive del tempo sono ormai perse: appunto ci ‘si deve arrangiare’) ma, avendo vissuto personalmente le situazioni, solo a titolo di esempio per evidenziare tre fattori tipicamente italiani: la mancanza di possibilità di contatto diretto con la casta (anche se di nuova fattura), la convinzione dei membri della casta di essere tali anche a livello di competenza omnicomprensiva esclusivamente per essere parte di essa, e non per l’effettiva conoscenza posseduta, ed il buco nero in cui versava, e versa, il settore nel tema e nei confronti del resto del mondo.

In questi giorni si legge che autorevoli membri ed ex membri del COPASIR lanciano, per l’ennesima volta, un allarme sul pericolo dell’ingerenza cinese nei settore caratterizzati dai pochi rimasti ‘campioni nazionali’: ce ne compiaciamo e per quanto riguarda il sostegno alle PMI, tanto più se innovativa, come al solito calma piatta, nel puro stile ‘…arrangiatevi.’

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