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Corporate Intelligence: Analisi del Modus Operandi di Black Cube, Contractor Israeliano

Con corporate intelligence si indica, a grandi linee, l’attività di intelligence posta in essere da operatori non statuali o non direttamente statuali. Non ci si riferisce quindi all’ambito sistemico, propriamente istituzionale, ma all’intelligence ad opera di attori privati.

Una delle aziende in questo contesto più sotto i riflettori nel recente periodo è l’israeliana Black Cube: l’essere al centro dell’attenzione per chi lavora nell’intelligence, anche privata, non è un buon segno per tre motivi. Il primo, ovvio, intelligence e notorietà pubblica sono concetti agli antipodi se non in contesti di analisi storica postuma, e questo non è il caso; secondo, nell’intelligence la popolarità attuale, rispetto al corso d’opera, non ha quasi mai nei media rilievo positivo; terzo, conseguente ai primi due, se ci si mette in luce per accadimenti recenti, o ancora in essere, vuol dire che qualcosa all’interno dell’organizzazione di intelligence non ha funzionato, quindi l’intelligence dell’intelligence ha fallito.

Black Cube è un contractor che, oltre a dichiarare quello che fa (ed attraverso chi lo fa, cioè ex appartenenti alle agenzie di sicurezza israeliane), negli ultimi sei mesi non si è risparmiata nel darsi da fare per essere oggetto di inchieste giornalistiche. La prima attiene allo scandalo Weinstein, ed è stata condotta parallelamente da New Yorker e The New York Times, che si sono aggiudicati nel merito il Pulitzer 2018; la seconda, attuale, partita dal The Guardian ed in evoluzione, sta riguardando un presunta azione di discredito verso ex membri dell’amministrazione Obama in relazione all’accordo con l’IRAN. Entrambe le azioni di intelligence sono molto simili: l’obiettivo strategico di scenario è la raccolta di informazioni utili alla difesa della reputazione e al danno di quella altrui; quello operativo è l’azione sotto copertura con tecniche HUMINT e SOCMINT finalizzate, tatticamente, ad infondere fiducia e sensazione di autorevolezza ai target destinatari l’azione.

Molto probabilmente le attività hanno soddisfatto nei risultati i committenti ma quello che fa specie è la trascuratezza operativa che emerge. L’impiego delle medesime persone per entrambe, la non difficile riconducibilità di esse a Black Cube da parte dei giornalisti, i collaboratori ciarlieri, la scarsa attenzione nelle costruzioni delle ‘favole’ di copertura di ingegneria sociale, nei social network e dal punto di vista delle società necessarie allo scopo, risultano dettagli trattati in maniera grossolana. La sciattezza è più evidente se si pensa al calibro di chi l’ha posta in essere e, soprattutto, alla sottovalutazione delle capacità di chi giornalisticamente avrebbe potuto indagare, tanto più nel secondo caso data la risonanza del primo.

Il dubbio è che non si tratti di approssimazione professionale ma di una precisa strutturazione, scientemente finalizzata a sua volta all’ottenimento di risonanza mediatica con scopi commerciali a scapito di un po’ di reputazione.

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