intelligence economica italia

Intelligence Economica Italica, Breve Riflessione Dopo gli Stati Generali del 2018 – 2/2

Ritorniamo sull’argomento per concluderlo, dopo il post della settimana scorsa. Autorevoli fonti hanno pubblicato, in questi anni, altrettanto autorevoli autori con soluzioni più o meno fantasiose su come risolvere il problema della chimera del sistema di intelligence economica italiana.

Il denominatore comune che si è riscontrato nelle illustri produzioni è il dimenticarsi di un concetto fondamentale, bene espresso dalle nostre parti prima da Francesco Cossiga (in termini di intelligence in senso ampio del termine) e, successivamente, evidenziato da Paolo Savona e Carlo Jean (in termini di intelligence economica): esso è che ogni paese deve avere un sistema di intelligence che è frutto (modellato, caratterizzato, emanazione…) delle caratteristiche del paese stesso, comprese le risorse disponibili. Da qua la personale convinzione, in quanto letto, della scarsa aderenza (frequentazione, contatto, conoscenza delle problematiche…) da parte degli autori con la realtà fattuale.

Quindi, avendo come parametri i vincoli naturali ed operativi narrati la scorsa settimana, come si potrebbe risolvere la situazione? Il ‘best’ potrebbe essere un’entità privata (fondazione?) che:

  • è sostenuta dal pubblico, nel senso della fornitura vicendevole del dato necessario alle analisi;
  • è sostenuta dalle diverse sovra associazioni di categoria, nel medesimo senso di cui sopra;
  • effettua le analisi per il pubblico ed il privato;
  • effettua opera di convincimento alla collaborazione nei confronti degli imprenditori, attraverso le sovra associazioni;
  • produce uno zoccolo duro di analisi verticali e settoriali generali, compresi i riferimenti per le assistenze operative;
  • produce on demand assistenza di intelligence per le diverse realtà in cambio di accordi di natura ‘do ut des’ informativi od a pagamento.

Il ‘best’ è tale perché tiene conto delle topiche nazionali e del trend di terziarizzazione dei servizi di intelligence, che contraddistingue le politiche nazionali più avanzate. Esso tuttavia appartiene al paese delle meraviglie di Alice, tanto quanto le curiose soluzioni altrui di cui si parlava all’inizio, in quanto si discosta dal realizzabile per i seguenti motivi:

  • chi mette i soldi? Non ne servono molti, soprattutto se l’impronta è aziendale ed uno dei drive è una digitalizzazione spinta; le persone atte allo scopo e i dati esistono (quindi non si necessita di formare le une e procurarsi gli altri) ma una struttura comunque costa, e di illuminati pubblici e privati versati alla causa attualmente, dal lato denaro e non da quello delle chiacchiere, non se ne riscontrano molti in giro;
  • come potrebbe una struttura privata attingere a dati statuali, per altro fondamentali per il suo funzionamento, in assenza di un obbligo attualmente normativamente impensabile? Non certo con dichiarazioni di volontà unilaterali da parte dei fornitori e con discrezionalità ad essi affidata nella fornitura.

Ecco che, a meno di trovare babbo Natale che ovvi al tutto acquistando dati e vendendo analisi e servizi (ipotesi non sistemica nell’origine ma, comunque, non del tutto peregrina dal lato business plan) bisogna tornare con i piedi per terra e fare i conti con quello che c’è, oppure rassegnarsi. I ‘piedi per terra’ vuol dire che non tutto il pubblico e para-pubblico è inviso nell’immaginario collettivo imprenditoriale (vedi reputazione): a titolo di esempio agenzie del tipo CNR, pur con tutti i problemi che lo contraddistinguono, hanno dato luogo a buone soluzioni in altri campi, sono votate alla ricerca (quindi sfruttabili in ambito dei processi tecnologici avanzati) e potrebbero fungere da ponte sia per il problema finanziamenti che per il problema dati. Ancora, non si tratta di creare un agenzia di intelligence economica nazionale tour court, onnicomprensiva e dal niente: a fronte del nulla attuale anche una modesta piattaforma che solo raccolga e raccordi dati e produca analisi automatiche e rimandi su istituzioni/uffici/persone di riferimento e programmi/processi di sostegno sarebbe un passo in avanti iniziale da gigante.

Il contesto dei ‘piedi per terra’, per quanto ‘umile’ nella necessità di risorse e nell’ambizione di partenza, riconduce però all’inizio della storia: sono necessarie cognizioni e volontà politiche, ambedue fattori che non si riscontrano nelle persone, ed in ciò che dicono e fanno, dello scenario attuale.

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