intelligence economica italia

Intelligence Economica Italica, Breve Riflessione Dopo gli Stati Generali del 2018 – 1/2

Mercoledì e giovedì scorso ci siamo ritrovati agli Stati Generali, come da tre anni avviene sotto le diverse forme organizzative che hanno dato origine al CESINTES, per fare il punto della situazione circa l’intelligence economica italiana. Il mantra è sempre lo stesso: bisogna fare sistema (che evidentemente non esiste).

Dopo quasi vent’anni di lavoro, di cui gli ultimi sei/sette dedicati in piccola parte anche all’ipotetico ‘sistema’ sotto forma di contribuzione con formazione, convegni, paper, blog e quant’altro chi scrive del mantra non ne può più: il mantra ormai è diventato un comodo alibi per rimuginare su quello che fanno gli altri paesi, quello che non si fa in Italia e si potrebbe/dovrebbe fare e darsi appuntamento al prossimo anno, in cui la tiritera sarà la medesima.

Alcuni punti fermi:

  • in Italia non c’è una politica industriale dai tempi di Enrico Mattei, pertanto non può esistere un ‘sistema’ di EI: quindi il pubblico (MISE in testa seguito da tutti i governativi, centrali e periferici, e para governativi di qualsiasi natura) non sono in grado di metterlo in atto perché da parte politica manca la conoscenza anche della sola esistenza della disciplina. La conseguenza è che non esiste, politicamente, la percezione del bisogno e la volontà. Però ci sono all’interno dell’apparato burocratico (in senso ampio del termine) strumenti e persone di prim’ordine atte allo scopo;
  • il Sistema per la Sicurezza, DIS e Agenzie, non devono e non possono fare il ‘sistema’ di EI. Devono essere impiegate per lo ‘strategico’, come attualmente fanno: oltre a ciò non possiedono né struttura né risorse per dover e poter fare altro, oltreché nessuna dimestichezza con il tessuto delle PMI. In tutti i paesi (generalizzando, ma non troppo) i ‘servizi’ sono parte del ‘sistema’ di EI non il riferimento del ‘sistema’: anche in loro, come sopra, ottimi professionisti ed ottimi strumenti potenzialmente fondamentali allo scopo;
  • sempre in ottica pubblica, in un regime democratico non indirizzato economicamente come il nostro ed oltre i settori definiti strategici per legge e le finalità di sicurezza nazionale, non si capisce a favore di chi (e perché) un’ipotetico ‘sistema’ di EI nazionale (di emanazione centrale) dovrebbe muoversi senza incorrere in facili accuse di favoritismi. Questa constatazione, da più parti enunciata, blocca ancora di più qualsiasi velleità, qualora ve ne fossero;
  • le camere di commercio (le quali per esempio in Germania sono il motore dell’EI), le sovrastrutture di riferimento, e la miriade di associazioni di categoria di cui è disseminata la penisola hanno due tipi di problemi: il primo, semplice, non sanno cos’è l’intelligence economica (o la conoscenza se lo sono persa per strada, come il caso di Confindustria in riferimento agli anni ’60/’70’ dello scorso secolo) perché nessuno glielo ha mai spiegato; secondo, o non sono omnicomprensive sotto i diversi aspetti (territoriale eccetera) o sono di parte, di settore. Di conseguenza non possono essere i fautori del ‘sistema’, però ci sono persone e, soprattutto, strumenti utili allo scopo al loro interno;
  • senza farla tanto lunga, e con cognizione di storia non solo economica da scuola elementare, siamo il paese dei campanili da, almeno, l’età dei comuni: è insito nella nostra genetica e non si cambia. Si viene meno al fattore genetico solo per le emergenze e per convenienza (sano egoismo imprenditoriale). È completamente fuori dalla realtà chi ipotizza che l’imprenditore italiano di PMI metta in comune proprie risorse informative spontaneamente per il ‘sistema’: le vicissitudini dei distretti industriali e delle reti di impresa, maggiormente nei casi di successo, sono un esempio lampante di ciò. L’imprenditore per fondere le sue informazioni (che sono un asset, quindi condividerle è un investimento) deve, giustamente, essere convinto che, primo, esse saranno mantenute riservate anche nei confronti del vicino di casa ed a costo di fucilazione e, secondo, che il farlo si tramuta in ROI. Il discorso vale sia per i dati direttamente connessi al core business sia per quelli di contorno: però la quantità di informazioni potenzialmente disponibili con finalità di ‘sistema’ di EI sono infinite;
  • ancora, emergenza e convenienza sono i soli due fattori che fanno venire meno, da parte dell’imprenditore PMI, la diffidenza atavica verso il ‘pubblico’. Non siamo qua per discutere circa cause e giustezza della situazione ma essa è endemica, di fatto (i diversi rank lo testimoniano) e da sempre: siamo in Italia, né in Cina, USA, Francia, Germania o Islanda. Però l’imprenditore italiano sa fare intelligence economica, bene anche senza la metodologia che nessuno gli ha mai insegnato (e di conseguenza con costi più alti ed efficienza minore dei colleghi degli altri paesi), altrimenti non si sarebbe sopravvissuti fino ad ora: quindi tonnellate di flussi non utilizzati di informazioni a disposizione dell’ipotetico ‘sistema’;
  • infine una caterva di centri studi ed associazioni di professionisti di diversa natura e settore che produce vagonate di valide informazioni, analisi e strumenti lungo tutta la penisola a disposizione dell’ipotetico ‘sistema’ di EI.

Quindi, concludendo la prima puntata della breve riflessione finalizzata a vedere come evitare nei cento prossimi anni di riascoltare la litania del ‘bisogna fare sistema’ (con il fine principale la salute mentale di chi da troppo ad essa è sottoposto), alcune convinzioni ben radicate in chi scrive. L’ipotetico ‘sistema’ di EI nazionale di impronta italica:

  • considerando il ciclo di formazione dell’informazione di intelligence (di vecchia memoria ma sempre buono) non avrebbe problema di raccolta: di materiale e strumenti ce ne sono anche troppi e di ottima fattura. Sembra poca cosa ma, credete, è metà dell’opera avere, e partire, con buone fonti attendibili anche lato costi;
  • non può essere di emanazione pubblica, diretta o indiretta, pena la credibilità;
  • deve avere la fiducia (leggi sostegno, collaborazione), per quello che pone in essere, sia del pubblico che del privato;
  • non deve essere ostacolato dal pubblico (in Italia cosa diversa dall’avere il sostegno);
  • deve avere struttura ed articolazione di compliance e governance tali da indurre gli imprenditori (PMI) a fidarsi di esso, per raccogliere dati ed informazioni utili e, nel contempo, rivelarsi profittevole nel fornire in cambio servizi che possiedano un valore aggiunto: quindi una logica se non di mercato improntata allo scambio su differenti livelli.

Il resto del ragionamento prossimamente, con la seconda puntata.

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