Social Intelligence, Automazione: Creazione e Distruzione del Lavoro

Il progredire dell’automazione rapportata al lavoro ha importanza fondamentale nella costruzione di scenari di intelligence sociale in quanto essa, storicamente, è stata fautrice di cambiamenti socio-economici epocali. Se le previsioni a medio temine circa la sostituzione uomo/macchina interessano l’intelligence aziendale, in termini principalmente di produttività, le predizioni sociali hanno importanza a livello sistemico con orizzonte temporale più ampio, perché risulta fondamentale intuire se, e come, il cambiamento sarà recepito dall’ambiente, e cioè dagli stakeholder aziendali destinatari del cambiamento stesso.

Il primo fattore di cui tenere conto è che l’automazione, sia meccanica che basata sulla velocità di computazione, attualmente ha esaurito la spinta propulsiva; la problematica, così come oggi si presenta, è figlia di due concause tecnologiche: la prima il progredire dell’intelligenza artificiale, la seconda IOE (Internet of Everything) e cioè la capacità degli oggetti di scambiarsi informazioni a valore aggiunto tramite la rete, dove l’aggiunta di valore si realizza attraverso l’autonomia comportamentale dell’oggetto (in funzione dell’informazione scambiata) senza l’intervento dell’uomo. In altre parole, e con ipotesi di scuola, un conto è parlare di un robot che taglia un tessuto con precisione e velocità superiore all’uomo, altra cosa è parlare di una produzione robotizzata di abiti che impara a correggere gli errori di fabbricazione dagli input del controllo di qualità e altro conto ancora è discutere circa una fabbrica automatizzata, che attiva la produzione a diversi livelli in funzione dell’elaborazione cognitiva degli input/output che provengono dall’ambiente interno ed esterno ad esso (fornitori, clienti, produzione, clima previsto, tarme nel magazzino del distributore, opinioni espresse dai clienti su Instagram, eccetera).

Il secondo fattore da considerare è che non si sta parlando solo di produzione manifatturiera, materiale, ma anche di funzioni e lavori immateriali: le agenzie di viaggi, rispetto a quindici anni fa, sono praticamente scomparse a vantaggio delle diverse forme di automazione nella prenotazione e gestione dei trasferimenti e soggiorni, così come oggi stanno iniziando a sparire gli intermediari immobiliari o quelli del credito. McKinsey, ad inizio 2017, ha analizzato la questione suddividendola per paese e per macro settori di lavoro ed il trend risulta irreversibile. Il focus quindi diventa intuire se nel medio/lungo termine ciò creerà tensioni sociali o meno.

Le linee di pensiero sono due: la prima, con sostenitori autorevoli del calibro di Ray Kurzweil, i quali basandosi su fattori storici affermano (in breve e molto sommariamente), che i sistemi sociali nel passato si sono autoregolati nei confronti dell’innovazione attraverso la creazione di nuovi professionalità, nuove aziende e nuovi settori produttivi, tali da assorbire nel lungo periodo la forza lavoro espulsa a causa del progredire dell’automazione;

la seconda, la quale afferma (sempre in breve e sempre sommariamente) che l’espulsione causata da una insufficiente professionalità o da un’insufficienza produttiva, dell’uomo rispetto alla macchina, in un primo tempo si risolverà (come sempre) nella ricerca di occupazione peggio remunerata ma, nel lungo periodo, essa assumerà aspetti cronici causati dalla venuta meno della necessità cognitiva dell’uomo nella produzione: in altre parole l’uomo non serve più (in senso lato) a produrre e, progressivamente, sempre minori produzioni avranno bisogno di esso.

La conseguenza della seconda linea di pensiero è che si creerà una massa socialmente critica di individui che non serviranno a produrre ma solo a consumare per esistere: siccome non tutti hanno il dono di essere artisti allora, a meno di soluzioni sociali correttive (welfare, redistribuzione), il sistema ha grosse possibilità di implosione. Viene a crearsi cioè la scissione tra occupazione e produzione del reddito: quindi si è occupati per interesse proprio o per interesse sociale, indipendentemente dalla redditualità che deve essere comunque garantita (basic income o reddito di cittadinanza o come si voglia chiamarlo) per poter consumare, produrre profitti in capo a chi investe nella produzione affinché continui a farlo e mantenere il sistema in equilibrio. L’alternativa è una redistribuzione forzata del reddito in diverse proporzioni rispetto alle attuali: il discorso non cambia perché, anche in questo caso, c’è la scomparsa della causa effetto tra occupazione e reddito disponibile.

Un interessante contributo al discorso è stato recentemente fornito da Scott Santens il quale, partendo dalla crisi e ripartita delle industria di estrazione petrolifera statunitense, ha osservato come la ripresa degli investimenti non ha comportato una ripresa dell’occupazione ma la sostituzione dei precedenti occupati con robot, a causa della maggiore efficienza di cui essi sono dotati. Analizzando successivamente il rapporto tra produttività, automazione ed occupazione manifatturiere negli USA, dopo le recessioni e nella consapevolezza degli americani, egli giunge alla conclusione, comune a tutti i sostenitori della seconda linea di pensiero, che il problema non è l’automazione ‘cognitiva’ (comunque inevitabile) ma, appunto, la scissione tra occupazione e produzione del reddito che si dovrà sostenere.

Per gli analisti di social intelligence si prevedono anni densi di impegno.

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