inclusione finanziaria e intelligence

Digitalizzazione dei Pagamenti, Riduzione degli Unbanked, Inclusione Finanziaria e Problemi di Intelligence

Gli ‘ unbanked ’ sono le persone che, in senso stretto, non possiedono un qualsiasi rapporto di corrispondenza con il sistema finanziario mentre gli ‘underbanked’ sono invece coloro che il rapporto, per quanto minimale, lo intrattengono in via esclusivamente nominale, perché non lo utilizzano.

L’esistenza dei primi è dovuta essenzialmente a motivi di mercato: la bassa redditualità e l’amenità che caratterizzano un territorio e la sua scarsa densità demografica sono fattori che inibiscono la penetrazione fisica degli operatori finanziari; cause sociali invece sono la spiegazione dell’esistenza degli underbanked, prima di tutte la bassa redditualità (ho un conto bancario ma non lo uso perché non ho niente da metterci dentro).  Le due categorie presentano caratteristiche omogenee, le più evidenti delle quali sono la non-utilizzazione delle opportunità che il mercato finanziario offre in quanto a strumenti ed il largo uso di contanti. I tratti sono comuni sia per i privati che per le entità economiche le quali, per quanto modeste, sono comunque parte integrante del discorso.

World Bank tiene sotto costante attenzione il fenomeno, che va sotto il nome di ‘financial inclusione finanziaria e intelligenceinclusion’, in quanto l’inclusione finanziaria di strati maggiori di popolazione è sinonimo di sviluppo complessivo: ogni quattro anni pubblica un report sullo stato dell’arte e monitora costantemente la situazione anche con visione prospettica. Il macro dato è che complessivamente (unbanked e underbanked) l’inclusione finanziaria è passata dal 38% del 2011 al 50% del 2014 della popolazione adulta mondiale e la causa della crescita è una sola, e cioè la ‘digital inclusion’ in tre dei suoi componenti: la penetrazione della telefonia cellulare, la disponibilità di device a basso costo e (quindi) la penetrazione di internet nella componente mobile. Il processo logico è che lo sviluppo quasi globale, anche a bassa velocità, della rete ed il diffondersi del suo utilizzo generalizzato attraverso cellulari economici ha permesso che servizi finanziari anche elementari, come i pagamenti o il microcredito, raggiungano strati sempre più larghi della popolazione.

Due fattori aggiuntivi su cui basare l’analisi: anzitutto la disintermediazione dei mercati finanziari, per cui l’innovazione tecnologica applicata alla finanza (fintech) ha portato alla comparsa nel mercato di attori ed offerta di servizi, molto articolati e diversificati, non più dipendenti dai vecchi monopolisti di origine bancaria; il secondo, uno dei settori che ha usufruito maggiormente del fenomeno di financial inclusion è stato, logicamente, quello delle rimesse transnazionali dai paesi ricchi, soggetti di immigrazione, verso i paesi poveri, soggetti di emigrazione. Quindi tutto bene e avanti così?

No, per niente. Center for Global Development, CGD, ha pubblicato nel settembre 2015 un report dal titolo ‘Unintended Consequences of Anti–Money Laundering Policies for Poor Countries’ (dove con ‘paesi poveri’ si intendono quelli che secondo World Bank hanno un GNI per capita (GNI=GDP+rimesse degli immigranti) minore di 4.185 USD) che analizza il rapporto tra financial inclusion e necessità di intelligence finanziaria.

Nel report CGD evidenza come le politiche ritenute necessarie contro la criminalità finanziaria e gli aspetti finanziari della crimine comune e del terrorismo, che in generale internazionalmente derivano nel far adottare, a livello di sistema degli intermediari finanziari per i diversi paesi, le normative AML e CFT, stanno creando dei danni collaterali. I danni sono considerati sotto duplice ottica: quella dell’esclusione di determinate categorie di consumatori dal sistema finanziario, e quindi in altre parole la (ri)generazione di unbanked e underbanked con la derivante diminuzione della financial inclusion, e quella di freno allo sviluppo dei paesi più poveri.

CGD individua tre mega trend attraverso cui il fenomeno si manifesta:

  • il de-banking per cui, in special modo nei paesi anglosassoni, le banche preferiscono non offrire più i propri servizi ai piccoli servizi di money transfer: in quanto etichettati dalle autorità di vigilanza ad alto rischio, gli intermediari considerano troppo rischioso e costoso continuare il business con queste figure. Le conseguenza sono due: la prima è che le rimesse, anche quelle micro, che sono una fonte critica di reddito per le economie più povere, prendono altre strade meno trasparenti; la seconda è che, prevedibilmente, nel medio periodo questo provocherà una diminuzione della concorrenza con il rialzo dei costi dei trasferimenti;
  • il secondo trend, consiste nel fatto per cui vengono chiusi i conti di corrispondenza tra banche verso i paesi ritenuti a più alto rischio dalle autorità di vigilanza. Anche in questo caso duplice effetto: le transazioni, necessarie comunque al commercio, prendono altre strade, attraverso paesi terzi, con possibilità di tracking più difficile e costi maggiori; nel lungo periodo la questione, se non affrontata correttamente, si può rivelare fattore ostativo allo sviluppo;
  • infine, le No Profit Organization, NPO, che in ottica anti terroristica, specialmente quelle di estrazione islamica e quelle che operano in determinati contesti, sono considerate da FATF/GAFI ad alto rischio e subiscono una serie di conseguenze da tale etichettatura: hanno costi molto alti da sostenere per le procedure di compliance, perdono i donatori che preferiscono rivolgersi altrove, le banche applicano anche a loro il de-banking prima visto per i piccoli money transfer. Quindi la tendenza per le NPO che si sta manifestando è quella abbandonare gli ambiti di intervento più ad alto rischio i quali, per la maggior parte dei casi, coincidono anche con gli scenari in cui esse sono più necessarie.

CDG spiega che il concetto di fondo errato è quello di fare degli alert generalizzati per cui gli operatori non si curano, perché troppo costoso, di esaminare caso per caso le posizioni di rischio preferendo interrompere i rapporti con intere categorie di interlocutori, creando il danno collaterale.

Dal punto di vista dell’analisi da una parte osserviamo come, una volta in più, le macro strutture, deputate a fronteggiare le infiltrazioni criminali e terroristiche nel comparto finanziario, nella loro opera preferiscano suggerire interventi generalizzati piuttosto che mirati; questo conduce a valutazioni di convenienza da parte degli operatori che, per logica di mercato, nella maggior parte dei casi porta a rinunciare allo sviluppo.

Sotto altro punto di vista, diventa fondamentale per l’attore economico che si accinge a determinate zone sottoporre i processi di tesoreria ad attenta due diligence preventiva, anche di natura pratica in loco; per chi già opera, il piano B ed il piano C non devono essere optional ma scenari costantemente aggiornati dall’intelligence operativa basata principalmente sull’HUMINT, relativamente ai sentiment espressi dai funzionari locali di alto rango delle banche con cui si intende operare.

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